tradimenti
Il “duro” prezzo del successo 3
ToroRm2020
24.10.2025 |
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5
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«Fare pompini al capo sarebbe lavoro? Tu lo faresti?»
«Il mio capo è una donna» ribatte lei, come se la cosa avesse importanza..."
Il contratto arrivò via mail due giorni dopo il secondo incontro che avevo avuto con il boss nel bagno del suo ufficio. Lo stampai, solo l’elenco dei benefit occupava quattro pagine stampate in Times New Roman 10 a interlinea singola, e lo infilai nel borsello per leggerlo con calma a casa.
Era tutto quello che avevo sempre desiderato, ma mentre lo pensavo alla fine della frase comparve a tradimento un punto interrogativo.
Nonostante mi fossi già esposto tanto, l’avevo masturbato due volte, avevo ingoiato la sua sborra, gli avevo ripulito il cazzo con la lingua, cose per cui a mente fredda provavo solo vergogna, la tentazione di mollare tutto era fortissima.
Una volta troia, per sempre troia. Accettando il contratto mi stavo vendendo anima e corpo, gli stavo dando il permesso di usarmi come sborratoio a suo piacimento. Avevo dovuto tenergli il cazzo mentre pisciava, e immaginavo che il prossimo passo sarebbe stato prenderla in faccia, o addirittura in bocca, e nonostante l’eccitazione che avevo provato l’ultima volta, o forse proprio a causa di quella, mi sentivo veramente di merda.
O almeno, una parte di me si vergognava da morire, un’altra si fregava le mani pensando ai vantaggi che avrei ottenuto e l’ultima godeva della situazione e basta.
Una volta a casa dimenticai completamente il fascicolo e lo recuperai solo al momento di andare a letto. Per una sera lasciai i Fratelli Karamazov sul comodino, ero a meno di un terzo delle 1120 pagine complessive, e mi dedicai al contratto.
«Che roba è?» mi chiese Barbara, uscendo dal bagno con indosso una maglietta di Hello Kitty che le arrivava appena sotto la culotte di pizzo nero, i capelli neri sciolti sulle spalle.
Valutai per un momento se dirle o meno la verità. Temevo quel momento da quando era iniziata tutta la maledetta storia.
«Alemanni è stato silurato» mi limitai a dire, lanciando un’esca cui non ero certo di volere che abboccasse. Ma, come avevo previsto, lo fece immediatamente.
«Alemanni il braccio destro di Calligari?» chiese, cauta. Mi sembrò quasi di vedere le rotelline nella sua testa mettersi in moto per elaborare l’informazione.
«Lui.»
«E perché? Che ha combinato?»
Feci spallucce. «Non si sa per certo.»
«Ok, e quindi?»
Non aveva ancora finito di dirlo che una luce si accese nei suoi occhi. Mi sentii all’improvviso come una volpe bloccata nel cono dei fari di una macchina in avvicinamento.
«Ti ha offerto il posto?» Il tono era quello di un senzatetto che ha appena vinto 500.000 euro al gratta e vinci e non sa ancora se crederci o meno. «Quello è il contratto? Posso vedere?» aggiunse, tendendo la mano.
Sentii una piccola fitta al cuore, ma le passai il fascicolo spillato.
Si sdraiò sul letto, girata leggermente di fianco, il culo sodo appoggiato alla mia gamba. La reazione del mio corpo fu quasi immediata, e mi girai anch’io appoggiandole il cazzo duro coperto dai boxer proprio in mezzo ai glutei.
«Mmmhhh» la sentii mugolare, mentre si muoveva un po’ per sentirlo meglio.
Sfogliò rapidamente le prime pagine e la sentii irrigidirsi quando arrivò a quelle dei benefit.
«Oh cazzo…» mormorò. «O santissimo cazzo…»
Sentii che cominciava a strofinare il culo contro la mia cappella. Il boxer era già umido.
«Tira fuori quel palo che ti ritrovi» disse, la voce improvvisamente rauca. «Che cazzo stai aspettando?»
Obbedii senza discutere a quello che suonava più l’ordine di una mistress che la richiesta di una moglie vogliosa.
«Tessera platinum per la Sherazade Luxury Spa …» la sentii mormorare. Tirai giù la culotte di pizzo, mentre lei si muoveva per facilitarmi il compito. Sollevò un po’ la gamba sinistra per permettermi di arrivare alla sua fica, che appariva già umida. Di solito le ci voleva un po’ prima di essere pronta, ma non stavolta, a quanto pareva.
Poggiai la cappella e spinsi piano, trovando la via già aperta e ben lubrificata.
«Auto aziendale modello BMW X6 M60i xDrive» miagolò, letteralmente, mentre il cazzo la riempiva. «Ficcamelo dentro… Spaccami la fregna… fino in fondo…Fammi sentire quanto sei uomo.»
Cominciai a pompare accompagnato da quella litania in cui si mescolavano esortazioni, un linguaggio da troia di strada che le avevo sentito usare di rado ed elementi della lunghissima lista di benefit, finché le parole si fusero insieme in un mugolio di piacere intenso.
«Dio, sì, sì, sì, sì» gridò mentre godeva, e quello fu il colpo di grazia anche per me. Affondai il cazzo dentro di lei fino a sentire il collo dell’utero e le scaricai dentro un carico enorme di sperma, abbracciandola forte da dietro.
Rimanemmo così per un po’, gustandoci i postumi del miglior sesso da parecchio tempo a quella parte.
Ma, nonostante tutto, non riuscivo a essere del tutto soddisfatto, perché intuivo che il contratto aveva avuto un ruolo determinante in quello che era appena successo. Barbara aveva goduto del rapporto usandomi come un dildo: temevo che la vera origine della sua eccitazione fosse in quelle maledette quattro pagine.
Avrei voluto parlarle anche della parte non scritta, ma non volevo rovinare qual momento, così rimandai al giorno successivo e ci addormentammo accoccolati come gattini sazi dopo la poppata.
Davanti alla prima tazza di caffè della giornata, con la possibilità di andar via e darle il tempo di sbollire la rabbia se la discussione fosse degenerata, mi decisi a dirle il resto.
«Il contratto prevede anche delle clausole non scritte» esordii, cercando le parole adatte.
«Che clausole?» chiese, allarmata.
«Se voglio il posto potrei dover fare… delle cose» risposi, studiando la sua espressione.
«Tipo?»
Era il momento della verità, o almeno di una parte di essa.
«Callegari potrebbe chiedermi di fare sesso con lui.»
Barbara scoppiò in una risatina, pensando che stessi scherzando, ma si ricompose subito quando vide la mia espressione incupirsi.
«É gay?» domandò, mentre una ruga di preoccupazione le si disegnava tra le sopracciglia. Non sdegno. Non rabbia. Preoccupazione.
«Non lo so, non credo» dissi. «Penso sia più un’affermazione di potere.»
«Alemanni l’ha licenziato per questo? Perché non ci stava?»
Feci spallucce, ma sapevo perfettamente che non poteva essere così. Era stato il suo braccio destro per due anni e, se a me l’aveva chiesto ancor prima di cominciare, dubitavo che con lui si fosse comportato diversamente. Era successo qualcos’altro, qualcosa di peggiore.
«E quindi?» indagò, cauta.
«E quindi ne sto parlando con te per avere un parere.»
«Un’occasione così non capiterà più» disse, secca.
«E quindi?» chiesi, quasi nello stesso tono che aveva usato lei un attimo prima.
«Per te sarebbe umiliante farlo?»
«Cosa, farmi scopare dal mio capo?» sputai, amaro. «Sì, sarebbe molto umiliante.»
«Però avresti tantissimo in cambio.»
“Avrei o avremmo?” pensai, rivivendo il sesso della sera precedente.
«A un prezzo molto alto.»
«Non ti farebbe niente che tu non abbia fatto a me.»
«Che cazzo c’entra?» sbottai. «Fammi capire, ma a te non darebbe fastidio stare con un uomo che é la troia di un altro uomo?»
Il brusco cambio del mio tono sembrò colpirla, e mi accorsi che stava per ribattere in modo altrettanto violento, ma si trattenne, cosa per lei niente affatto abituale.
«Sarebbe lavoro.»
«Fare pompini al capo sarebbe lavoro? Tu lo faresti?»
«Il mio capo è una donna» ribatte lei, come se la cosa avesse importanza.
«Che risposta del cazzo» dissi, guardandola con quello che riconobbi solo dopo essere disprezzo. «Se ho ben capito, a te questa cosa va bene.»
«Deve andare bene a te, non a me.»
«Tu lo faresti?» chiesi nuovamente, abbassando il tono.
«Quante volte abbiamo parlato di fare carriera? Di avere più soldi? Quante?» disse. «E qui i soldi sono tanti. Tantissimi.»
«Quindi farei bene a vendermi?» la incalzai.
«Lo faresti per noi» rispose, incrociando le braccia sul seno. Certo, noi avremmo goduto dei bonus, ma sarei stato io a prendere nel culo il cazzo del capo, a ingoiare la sua sborra e probabilmente altro. Anche se…
«Lui ti conosce» colpii basso. «Ti ha vista alle feste aziendali. Si è raccomandato di salutarti.»
Fece una smorfia.
«Magari mi chiederà di scoparti» rincarai la dose, guardandola negli occhi e cercando di capire cosa le passasse per la testa. All’improvviso mi venne in mente un pensiero inquietante, un flashback dell’ultima festa aziendale avvenuta il mese precedente.
La nuova compagna di Alemanni, conosciuta l’anno prima dopo il divorzio dalla prima moglie, anche se era convinzione comune che la trombasse da molto prima, si era presentata con un vestitino nero aderente che lasciava poco e niente all’immaginazione.
Per quanto lui fosse una merda, sentendolo parlare avevo avuto l’impressione che tenesse davvero a quella donna e non la considerasse solo una bella scopata. Per lui era preziosa, e forse non solo per lui.
«Se e quando lo farà» rispose Barbara dopo averci riflettuto per un lunghissimo istante, in un tono gelido che mi si infilò nel cuore come una lama di ghiaccio, «decideremo cosa fare.»
Ripensando alle parole del capo sulla reazione di Barbara alle clausole non scritte del contratto, mi si presentò alla mente l’immagine vividissima di lei messa a 90º mentre il capo la sfondava da dietro, il volto che conoscevo così bene deformato dal piacere della totale sottomissione al potere, gli occhi fissi nei miei, un lieve sorriso sulle labbra, medio e anulare della mano destra piegati sul palmo a formare il gesto delle corna rivolto nella mia direzione…
Anche immerso nell’alone rossastro della rabbia, mi accorsi di avere un’erezione enorme e quasi dolorosa.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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